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SEGNALATO PER VOI

Il trasferimento di tecnologia tra Università e Impresa per l’Innovazione tecnologica - I
Technology Transfer between University and Industry in the roadmap to innovation - I

Franco Docchio


franco.docchio@ing.unibs.it

This first article of a series is intended to stimulate the interaction between University and Industry through Technology Transfer, as a tool to promote technological innovation and to disseminate research results in a way that can be fruitful for the economic and industrial system. The concept of Technology Transfer is here illustrated, and the various tasks that compose it highlighted.

TRASFERIRE PER COMPETERE

Uno dei compiti che questa rivista intende assolvere è quello di stimolare l’interazione tra Università/Centri di Ricerca e Imprese, con riferimento al settore delle misure, della strumentazione e dei sensori. La collaborazione tra un’Università moderna e una rete di Imprese nel territorio è una delle chiavi che, da un lato, consentono all’Università di qualificarsi come altro che una semplice “fabbrica di laureati” (critica che le viene mossa da più parti soprattutto dopo l’introduzione del doppio livello di Laurea). Dall’altro essa consente alla rete delle Imprese di compiere il proprio viaggio verso un’innovazione di prodotto e di processo che le mettano in grado di competere a livello globale.

La collaborazione Università-Impresa si esplicita principalmente in due modalità:-br> • La ricerca applicata, in altre parole l’esecuzione di ricerche d’interesse aziendale in Università in modalità congiunta o anche solo a carico dell’Impresa, con successivo trasferimento dei risultati all’Impresa committente. E’ questa la modalità di lavoro più conosciuta e più sfruttata dalle Imprese (e più apprezzata dalle Università);
• Il Trasferimento Tecnologico, in altre parole, secondo la semplice definizione di A.E. Muir, la “cessione d’invenzioni da un’entità a un’altra allo scopo di commercializzazione e sfruttamento delle stesse” [1]

Il termine “Trasferimento Tecnologico”, in Italia, sembra a volte usato impropriamente, forse anche alla luce della ancor bassa capacità espressa dalle Università Italiane di creare, valorizzare, negoziare e difendere la sua Proprietà Intellettuale. Una definizione alternativa comune è “trasferimento pratico di una tecnologia all'interno dei processi di produzione industriale o di sviluppo di un prodotto [2] ”. Questa definizione è più consistente con il concetto di ricerca applicata (che innova un processo o prodotto) che con quello di Trasferimento Tecnologico.

Il Trasferimento Tecnologico riguarda dunque la commercializzazione di Proprietà Intellettuale (PI), che si pone sullo stesso piano della commercializzazione di beni tangibili e servizi. Nella fattispecie del Trasferimento Tecnologico dall’Università a Imprese, esso è l’insieme di azioni, anche complesse, che portano dalla produzione di PI, da ricerche di base o applicate, alla sua divulgazione agli organi competenti dell’Ateneo, alla sua valutazione, alla ricerca di partner interessati al trasferimento, alla stipula di accordi di sfruttamento con relative Royalties, alla brevettazione e alla difesa della PI, e al successivo follow-up.

La Proprietà Intellettuale è uno dei principali asset (beni) intangibili dell’Università. Spesso trascurato dalle Università Italiane in nome del principio che “l’Università deve produrre cultura accessibile a tutti”, questo bene sta acquisendo sempre maggiore importanza alla luce di due aspetti:
- la sempre maggiore carenza di fondi all’Università, che comporta sempre più la necessità di fonti alternative di finanziamento; - una mutata sensibilità (anche se ancora in embrione) dell’Impresa verso la figura dei docenti e dei Ricercatori universitari come attori del processo di trasformazione tecnologica.
Brevetti, Royalties, start-up, spin-off, Liaison Offices: sono tutti termini che stanno entrando sempre più nel lessico quotidiano dei Ricercatori Universitari, e popolano i dibattiti sui rispettivi ruoli Università-Impresa.

Il settore delle Misure non può non essere presente a questa “rivoluzione culturale”. La comunità dei misuristi Universitari sta dunque lasciandosi pervadere da questo “vento dell’innovazione”, in alcune sedi maggiormente, in altre in misura minore, ma ovunque con un positivo trend d’interesse.

Con questa serie d’interventi (i prossimi verranno pubblicati nei numeri successivi) la Rivista vuole contribuire alla presa di coscienza della mutata realtà da parte sia delle Università e dei suoi Ricercatori, sia da parte delle Imprese, nella speranza che questo contributo permetta di chiarire alcuni concetti, sfatare luoghi comuni o errori d’interpretazione, basandosi su quanto accade in Nazioni che fanno del Trasferimento Tecnologico una vera e propria leva verso l’innovazione.

LE FASI DEL TRASFERIMENTO TECNOLOGICO

Come qualunque altro processo di commercializzazione, messa sul mercato e vendita di un prodotto, il Trasferimento Tecnologico è il frutto di una ben definita sequenza di eventi:
• L’individuazione di un atto inventivo;
• La sua comunicazione all’autorità Universitaria (divulgazione);
• La definizione della titolarità della Proprietà Intellettuale;
• La ricerca di partner interessati a negoziare l’acquisizione dei diritti di sfruttamento dell’invenzione;
• La negoziazione dei compensi sotto forma di royalties;
• La protezione dell’invenzione;
• La stipula dell’atto di cessione dello sfruttamento.

In questa lista, molti obietteranno, qualcosa non torna: l’ordine delle voci. I più sono portati a pensare che la fase brevettuale sia da porre prima della ricerca dei partner. Questo è forse uno degli errori più eclatanti, ed è probabilmente la causa di una certa disaffezione da parte delle Università che, dopo aver soddisfatto i Ricercatori nella loro richiesta di proteggere qualsiasi invenzione, stanno tornando sui loro passi sfiduciate dalla mancanza di un adeguato ritorno degli investimenti fatti per i depositi brevettuali. Questo ha come conseguenza anche una perdita d’interesse (e di fiducia) da parte del Ricercatore, anche stanti gli indubbi sforzi per gestire un brevetto.

Andiamo con ordine, partendo dalla definizione dell’invenzione.

La definizione dell’invenzione

Un’Università è, in Italia come all’estero, la più “anarchica” delle istituzioni preposte alla Ricerca e Sviluppo. Al suo interno, i Ricercatori si muovono liberamente, quasi sempre in maniera non coordinata dall’alto, e accedono a fondi di ricerca pubblici o privati per loro iniziativa, svolgendo ricerche di base e applicate. Ne consegue che è il Ricercatore stesso ad “accorgersi” della validità dei risultati della sua ricerca e della loro potenziale attrattività per il contesto industriale. Quindi la fase d’identificazione e definizione dell’invenzione parte sempre dal Ricercatore. In questa fase, il Ricercatore, per essere convincente nella successiva fase di comunicazione, dovrebbe aver chiara la dimensione di novità dell’invenzione rispetto allo stato dell’arte nel settore.

La comunicazione dell’invenzione

Il Ricercatore, definita l’invenzione, la comunica alle strutture preposte per la loro gestione: le Commissioni di Ateneo per i Brevetti, o i Centri di Trasferimento Tecnologico ove esistenti. Nei Regolamenti Brevetti delle varie sedi è spesso presente la dicitura “Il Ricercatore è tenuto a comunicare…”, segno della crescente attenzione alla Proprietà Intellettuale da parte delle Amministrazioni.

La valutazione dell’invenzione

Definita l’invenzione, comunicatala all’Amministrazione, ha inizio la fase di “valutazione” dell’invenzione. Questa in alcune sedi avviene a carico dello stesso Ricercatore, in altri direttamente da parte degli organi tecnici preposti, che possono essere affiancati da esperti esterni. In questa fase vengono definiti, spesso in modo approssimato, il potenziale di sfruttamento dell’invenzione e la sua commerciabilità.

La definizione della titolarità della Proprietà Intellettuale e del Diritto al Brevetto

In Italia, come vedremo in uno dei prossimi numeri, il Decreto Legislativo 10.02.2005, n. 30 (Codice della Proprietà Intellettuale) assegna in prima istanza al Ricercatore Universitario il Diritto al Brevetto di una sua invenzione. Il Ricercatore ha dunque la Facoltà di depositare l’invenzione a proprie spese. Tuttavia, nel caso che il deposito a titolo personale non sia di suo interesse o alla sua portata, egli può cedere all’Università la proprietà intellettuale e il Diritto al Brevetto, fatto salvo il suo diritto a venire menzionato come inventore, e a percepire una quota percentuale (variabile da sede a sede) sui proventi della commercializzazione e delle licenze. In questo caso sarà l’Università a prendersi carico delle fasi successive.

Brevetto o non brevetto?

Convenzionalmente, in Italia è a questo punto che partono le operazioni per il deposito del Brevetto. Negli USA no. La ragione è semplice: la mole di richieste di Brevetti da parte degli inventori è incompatibile con le disponibilità di bilancio per Brevetti delle Amministrazioni o dei loro Centri di Trasferimento Tecnologico. A questo si aggiunge il fatto (non trascurabile) che solo meno del 30% delle invenzioni porta utili, e gli utili provenienti dalle altre derivano per l’80% circa da poche, significative invenzioni. Dunque, le Università americane subordinano spesso il deposito del Brevetto alla stesura di un accordo di commercializzazione con un partner, e questo avviene solo a valle delle due fasi che seguono. Fanno eccezione i casi in cui esista un’Impresa già da subito disposta ad accollarsi le spese brevettuali (è questo il caso di un potenziale start-up o spin-off).

Questo modo di procedere può funzionare, in verità, con strutture di Trasferimento Tecnologico consolidate. In Italia, stante anche la sostanziale “giovinezza” del sistema di Trasferimento Tecnologico Universitario, il deposito (in via cautelativa) di un primo Brevetto Italiano può essere un primo passo utile per una protezione dell’invenzione a monte della negoziazione.

Ricerca del Partner

La ricerca dei Partner avviene, almeno negli USA, mediante divulgazione dei contenuti di massima dell’invenzione attraverso opportuni strumenti (lettere, fiere del Trasferimento Tecnologico, web, newsletter). Ciò che viene divulgato a questo stadio non dischiude l’invenzione (se il Brevetto non è ancora stato depositato). E’ un’attività che le Università italiane fanno ancora in misura insufficiente, e lasciano spesso in carico al Ricercatore. Questi si trova così nella duplice veste d’inventore e commerciale, e questa seconda veste lo trova spesso impreparato.

La ricerca di un partner può essere un processo lungo e faticoso: è opportuno indirizzare la richiesta al maggior numero di Imprese, poiché la percentuale delle Imprese che si dimostrano interessate è generalmente bassa, e la percentuale, tra queste ultime, di Imprese che lo siano veramente, lo è ancor di più.

La fase di ricerca di partner è, per le Università che non dispongono di un Ufficio di Trasferimento Tecnologico, demandata a Società esterne o broker di proprietà intellettuale.

Negoziazione dell’invenzione

La negoziazione dell’invenzione è ovviamente la fase più critica di tutte le fasi del Trasferimento Tecnologico. Nell’accezione più comune essa consiste nella definizione delle condizioni per cui l’Impresa ottiene una licenza, esclusiva o non esclusiva, per lo sfruttamento commerciale e industriale dell’invenzione. Si parla qui di licenza di sfruttamento, non di cessione della proprietà intellettuale (brevettata o non): quest’ultima dovrebbe restare patrimonio dell’Università e non dovrebbe essere alienata (salvo casi eccezionali).
La negoziazione dovrebbe avvenire con Imprese selezionate tra quelle che hanno risposto positivamente. Deve essere sempre preceduta dalla stipula di un Accordo di Segretezza (NDA, in inglese), dove le parti si impegnano a non divulgare particolari dell’oggetto della trattativa a terzi e a non utilizzarli per uso interno se non a ciò autorizzati dal successo nella negoziazione. Università e Imprese hanno obiettivi radicalmente diversi: le prime hanno come obiettivo prioritario l’avanzamento del sapere e della conoscenza, e non un ritorno economico dei risultati della ricerca. Le Imprese, viceversa, hanno nel ritorno economico della loro attività la loro ragione di vita. Dunque non è infrequente che una fase di negoziazione Università-Impresa sia viziata, da parte universitaria, dalla reale incapacità a negoziare in modo opportuno l’invenzione. Questo avviene in particolar modo se è il Ricercatore stesso a esser incaricato dall’Università a negoziare con l’Impresa. In uno dei prossimi articoli tratteremo più in dettaglio questo aspetto.

Ora, il Brevetto

Nell’accezione canonica, l’avvenuta negoziazione dell’invenzione, e la successiva stipula di un accordo di sfruttamento dell’invenzione, di tipo esclusivo o non esclusivo, sono i prodromi per il deposito del Brevetto. Se, come detto poc’anzi, il deposito di un Brevetto Italiano viene considerato come una modalità necessaria di protezione preliminare alla negoziazione, questo è il momento di estendere all’estero il Brevetto, per dargli un maggiore spessore.

Start-up o non start-up?

La creazione, l’incubazione e la promozione di società di start-up è considerato in modo sempre crescente uno degli obiettivi dell’Università. Molti Atenei si sono dotati d’incubatori tecnologici, hanno emanato Regolamenti per gli start-up, promuovono gli start-up a livello del territorio. Gli start-up dell’Università entrano a buon diritto nel flusso del Trasferimento Tecnologico, come vedremo in seguito. Infatti se un Ricercatore, titolare di un’invenzione, vuole sfruttare in proprio l’invenzione a fini commerciali, ha la possibilità di intraprendere un’attività imprenditoriale creando uno start-up. L’Università di appartenenza può decidere di entrare nella compagine sociale, e allora si parla di Start-up universitario, in caso contrario si parla di Start-up accademico.

I regolamenti per gli Start-up, in genere, sanciscono un diritto di prelazione dello start-up all’interno dei possibili candidati alla negoziazione di un’invenzione. E’ peraltro vero che, in termini generali, i partner commerciali più ambiti da un’Università per la commercializzazione di proprietà industriale sono Imprese consolidate: uno start-up, se non supportata da un valido management e da un solido piano industriale e di business, può costituire a tutti gli effetti un rischio. Ne è prova la decisione, da parte di molti atenei, di ridurre il numero di nuove start-up a fronte delle esperienze non proprio ottimali di molte delle prime iniziative.

CONTINUA…

Il Trasferimento Tecnologico è una serie di procedure consolidata e matura, almeno all’estero. L’Università Italiana si affaccia al processo da poco tempo. Molto è ancora da fare, in due direzioni principali. La prima è di far crescere i propri Ricercatori con la consapevolezza di essere parte del processo di sviluppo economico, e non solo culturale, del Paese. La seconda, forse più importante, è quella dell’acquisizione, da parte delle Amministrazioni Universitarie, di una mentalità imprenditoriale volta a incrementare, valorizzare, promuovere e commercializzare la propria Proprietà Intellettuale fuori da schemi tipici della Pubblica Amministrazione. Le sfide, nella Società della Conoscenza, ci attendono: dobbiamo saperle cogliere.

NOTE

[1] Albert E. Muir: “The Technology Transfer System. Latham Book Publishing, Latham, NY, 1997, Cap. 1

[2] Si veda, p. es., www.csmt.it

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